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giovedì 6 giugno 2013

Da "La Stampa" del 6 giugno 2013

Società
09/06/2013 - Gian Paolo Angelino

“A Lourdes per ritrovare la fede”

Parla Gian Paolo Angelino,
presidente opera trasporto ammalati
alain elkann
Monsignor Gian Paolo Angelino, lei è il presidente dell’Oftal, l’opera federativa trasporto ammalati Lourdes: com’è organizzata la vostra istituzione?
«Si tratta di un’opera di carità mariana a favore dei malati che organizza anche pellegrinaggi a Lourdes e in altri santuari. In pratica ci occupiamo dell’ammalato prima e dopo il pellegrinaggio».

Quali sono i vostri numeri?
«I volontari sono circa seimila, tra cui moltissimi giovani, che spostano oltre 20 mila persone all’anno, metà ammalati e metà semplici pellegrini. Insieme ai volontari viaggiano anche numerosi medici e sacerdoti».

Di che tipo di ammalati si tratta?
«A Lourdes accompagniamo paraplegici e malati terminali, ma anche malati psichici, ragazze-madri, carcerati. Insomma, ci interessiamo di ogni tipo di sofferenza umana».

Che benefici ottengono questi pellegrini ?
«Il pellegrinaggio dona pace al cuore delle persone. Tutti pensano ai miracoli, ma questi luoghi, per chi crede e per chi non crede, sono luoghi di grazia che tranquillizzano interiormente».

Come si diventa volontari?
«Conta soprattutto il passa-parola: i nostri giovani vanno nelle scuole, nei licei, nel mondo degli scout, nelle parrocchie a parlare di noi».

Chi ha fondato l’Oftal?
«Monsignor Alessandro Rastelli, un umile vice parroco di Trino Vercellese che nel 1932, dopo un’esperienza a Lourdes, ha deciso di dedicare tutta la sua vita ai malati e a questo tipo di viaggi».

Quanti sono i vostri centri?
«Siamo presenti in Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia e Sardegna».

Quanti viaggi organizzate all’anno?
«All’incirca una trentina, di cui una ventina a Lourdes e una decina tra la Terra Santa, il santuario belga di Banneux , Fatima in Portogallo, Santiago di Compostela in Spagna, Oropa e Loreto in Italia».

Chi è Gian Paolo Angelino?
«Un sacerdote della diocesi di Vercelli che prima faceva il parroco a Santhià e che nel 2007 è stato nominato dai vescovi che fanno parte di questa federazione presidente dell’Oftal».

L’Opera come si sostiene?
«Ce la facciamo a stare in piedi nonostante una crisi che si sente moltissimo. Noi portiamo in pellegrinaggio soprattutto persone che appartengono al ceto medio-basso della società».

Lei è sempre presente?
«Sì, io vado in tutti i pellegrinaggi. Ho un compito di sintesi, di animazione spirituale, parlo con i malati, li confesso e celebro la santa messa con altri sacerdoti. Qualche volta a Lourdes siamo anche più di duemila...».

Come si viene accettati dalla vostra organizzazione?
«Nelle nostre diocesi federate c’è una segreteria che si occupa della raccolta dei nomi e delle iscrizioni e che imposta l’intero lavoro».

Date ascolto a tutte le richieste?
«Certo, e aiutiamo anche chi ha difficoltà economiche».

Quanto costa un pellegrinaggio?
«Per Lourdes circa 400 euro tutto compreso: viaggio, ospitalità e permanenza».

Lei vede molta sofferenza intorno a sè?
«Sì, c’è molta gente che soffre per i propri figli, per i propri cari e per le proprie condizioni familiari».

Nei viaggi nascono delle amicizie?
«Sì, e anche matrimoni tra gli ammalati e vocazioni religiose tra i volontari».

Quali sono i problemi più gravi cui andate incontro?
«Quelli legati ai trasporti: un tempo per andare a Lourdes si impiegavano 14 ore, adesso ce ne vogliono anche 20-24. E per di più le ferrovie vorrebbero dismettere i fatiscenti treni charter per Lourdes...».

Come se lo spiega?
«Dicono che non è un mercato importante per loro. Noi non facciamo rumore e non possiamo mettere i nostri malati sui binari. Purtroppo nel mondo di oggi se non si fa rumore non si ottiene nulla».

E allora?
«Cerchiamo alternative a Trenitalia: abbiamo interpellato Italo, ma la Francia non dà il permesso. Certo, ci sono anche gli aerei e gli autobus, inutilizzabili però dai malati in barella».

Oggi c’è meno gente che va a Lourdes?
«Sì, perché troppi fanno fatica ad arrivare a fine mese».

Chi sono i vostri volontari?
«Giovani, studenti universitari e gente comune che prende le ferie per fare questo lavoro».

Durante i vostri pellegrinaggi si è verificato qualche miracolo?
«Ce ne sono sempre, ma l’iter di riconoscimento da parte dell’autorità ecclesiastica è molto lungo. A Lourdes in 150 anni sono stati riconosciuti ufficialmente soltanto 67 miracoli, anche se in realtà ce ne sono stati di sicuro molti di più».

Nei vostri pellegrinaggi sono numerosi coloro che ritrovano la fede?
«Sì, decisamente, direi».

Come si fa a contattarvi?
«Tramite la nostra sede centrale, il sito www.oftal.org oppure attraverso le diocesi federate».

martedì 17 agosto 2010

Falso allarme bomba a Lourdes: la preghiera è stata più forte della paura

Dal sito di Radio Vaticana
http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=415712


Il Santuario di Lourdes ha vissuto ieri, proprio nel giorno della Festa dell’Assunzione, momenti di grande apprensione. Oltre 30 mila fedeli e pellegrini sono stati fatti allontanare dal luogo mariano in seguito ad una telefonata che segnalava la presenza di quattro ordigni. Il Santuario è rimasto chiuso per diverse ore per consentire il controllo dell’area da parte degli artificieri. Fortunatamente, si è trattato di un falso allarme bomba sul quale le autorità hanno aperto un'inchiesta. Ripercorriamo quei momenti di apprensione attraverso la testimonianza, raccolta da Amedeo Lomonaco, di Emanuele Boero responsabile Unitalsi a Lourdes:

R. - E’ stato un momento difficile perché in un ambiente di pace, di serenità, di preghiera si è violentemente intromesso questo annuncio di violenza. Il 15 di Agosto è un momento di presenza eccezionale di pellegrini, ed era veramente affollatissimo il Santuario. Si è vissuta un’esperienza invece di deserto, perché in pochi minuti tutto è stato chiuso e tutti gli spazi del Santuario erano completamente deserti. La Grotta è rimasta nella totale solitudine. Non si vede neanche d’inverno questo deserto, perché c’è sempre, comunque, una presenza di pellegrini.

D. - In quale clima si sono svolte le operazioni di evacuazione?

R. - Noi eravamo tutti alla Messa internazionale che si svolgeva nella grande Basilica di Pio X. Proprio a mezzogiorno è arrivato questo allarme. I pellegrini malati stavano defluendo in quel momento dalla Basilica per andare verso i centri di accoglienza, verso gli alberghi per il pranzo. Quindi è stato segnalato dai servizi di sicurezza questa difficoltà e nell’ordine, nella tranquillità - direi - siamo riusciti a far uscire in breve tempo tutti i pellegrini dal Santuario che è stato isolato completamente.

D. - Come hanno vissuto fedeli e pellegrini questi momenti di apprensione?

R. - La gente era ammassata, nell’ordine, ma comunque tutti vicino alle porte d’ingresso con la voglia di rientrare, Non appena è stato dato di nuovo, per fortuna, l’annuncio che tutto si era risolto e che si poteva rientrare, l’afflusso è stato immediato. Il Santuario si è ripopolato immediatamente e già 20 minuti dopo partivano i canti della processione eucaristica. Il vescovo di Lourdes, mons. Jacques Perrier ha voluto subito riprendere le celebrazioni.

D. - C’è un’immagine che fotografa in modo eloquente quelle ore in cui il Santuario è rimasto chiuso?

R. - Durante la chiusura, mons. Perrier, ha recitato con poche altre persone il Rosario alla Grotta. Era da solo alla Grotta alle 15.30 e ha voluto recitare il Rosario anche se in quel momento la Grotta era zona interdetta. Ma il vescovo ha detto: “La Madonna ci ha chiesto di pregare, io sono qui e prego”. Ha “disobbedito” e non si è allontanato dal Santuario perché ha voluto dare una testimonianza di fede e di preghiera.

D. - Fa riflettere poi che l’allarme bomba è arrivato nel giorno della Festa dell’Assunzione...

R. - E’ una festa di Maria ed è una festa che da sempre celebriamo sia in Francia sia in tutto il mondo, quindi la presenza di pellegrini a Lourdes è fortissima. Poi si lega anche ad un periodo di vacanza. Le persone sfruttano questo periodo venendo qui per ristorarsi anche nello spirito.

Ai momenti di apprensione si è dunque subito sovrapposta la forza della preghiera come sottolinea anche mons. Paolo Angelino, presidente dell’Opera Federativa Trasporto Ammalati Lourdes (Oftal), intervistato da Antonella Palermo:

"Noi abbiamo qui il pellegrinaggio diocesano di Vercelli con pellegrini e ammalati dell’Oftal. Ieri c’è stato questo allarme bomba con una telefonata alla polizia locale di Lourdes attorno alle 12.30. Si annunciava che alle 15.00 in Santuario quattro bombe sarebbero esplose. La cosa più bella è stata vedere le persone che assiepavano la recinzione del Santuario, e che in ginocchio pregavano, cantavano. E’ stata davvero un’esperienza significativa, di grande preghiera pur dinnanzi a questo tentativo che non so come definire. Chi pensava di creare disagio e panico, proprio contando anche sulla debolezza delle persone, ha trovato, invece, una forza morale di preghiera e di carità senza uguali".

I video qui :
http://www.youtube.com/watch?v=DKXZPq7-lC0
http://www.youtube.com/watch?v=2DcF6z1sG10

venerdì 19 marzo 2010

Dal © Famiglia Cristiana del 14 Marzo 2010



Le "uova di Pasqua" sono in vendita anche presso la sede dell'Oftal di Casale Monferrato in Corso Valentino 149 a € 5,00, o attraverso i nostri volontari Oftal nelle diverse parrochhie.
Pasqua sta per arrivare, le uova stanno per finire...

giovedì 18 marzo 2010

mercoledì 17 marzo 2010

da "La Grande Famiglia" del 17 Marzo 2010



Il ricordo di Ernestina Valterza

Non è impresa facile ricordare la professoressa Ernestina Valterza e non certo perché mancino le idee. Al contrario si fa fatica a selezionare, nel ricco patrimonio delle memorie che ci ha lasciato, i tratti più significativi della sua figura.
Conobbi Ernestina nell’agosto del 1959 durante il viaggio di nozze in Val d’Aosta. girando per la Valle, mio marito mi condusse a Cogne per farmi conoscere una persona importante del Comune di Solonghello: la «sindachessa», che era pure insegnante nella scuola elementare del paese e soggiornava, per l’appunto, alla «Casa del Maestro». Fu molto ospitale, ci offrì un bicchierino di genepì e si dimostrò lieta di fare la conoscenza di una collega. Era di costituzione minuta, ma sicura e determinata nel suo modo di esprimersi e di fare.
Negli anni che seguirono ebbi modo di conoscere sempre meglio il suo carattere sempre allegro ed ottimista, animato da uno zelo che non le faceva risparmiare fatiche e sacrifici. Il primo gesto di estremo coraggio che Esterina compì, quando era giovane ragazza a Solonghello e del quale non si vantò mai, fu il contributo dato alla causa della Resistenza come staffetta partigiana. Animata dagli ideali di libertà come tutti i giovani di allora, e incurante dei pericoli cui andava incontro, fece numerosi viaggi in bicicletta fino a Biella per reperire il denaro da consegnare ai partigiani. Per fortuna tutto andò bene e fu premiata con una tessera ad honorem dal Comitato di Liberazione Nazionale. Di questi fatti siamo venuti a conoscenza solo negli ultimi anni della sua esistenza, perché, oltre ad essere sempre disponibile dinamica e intraprendente, era anche umile e non ricercò mai per sé onori o ricompense.
Finita la guerra riprese gli studi e si laureò in filosofia. Lasciò così la scuola elementare per insegnare alle magistrali di Casale, dove ormai si era trasferita. Ma il legame con Solonghello non si interruppe. Dal 1956 al 1960 ricoprì la carica di sindaco e poi quella di presidente dell’Ente Manacorda, dove funzionava la scuola materna affidata alle Suore di S. Eusebio di Vercelli. Io collaboravo con lui per amministrare il magro bilancio ed evitarne la chiusura. Organizzavamo lotterie e festicciole che lei, con il suo spirito creativo, sapeva sempre rendere belle e invitanti. Un inverno, finito il gasolio e mancando i soldi per un nuovo rifornimento, anticipò lei una grossa somma della quale non ebbe più la restituzione, ma fece finta di dimenticarsene.
A Casale la sua passione per il servizio assunse una dimensione ancora più ampia: ogni forma di umanità, carità, fratellanza la attraeva.
Fu assessore alla pubblica istruzione, responsabile diocesana del Centro Volontari della Sofferenza. Presidente delle ex allieve dell’Istituto Mazzone, il caro collegio dove aveva studiato e che le era rimasto sempre nel cuore. Questi gli impegni ufficiali ma quanti altri umili e nascosti saranno stati scritti solo sul libro di Dio! Tra questi ci fu certamente l’accompagnamento dei malati a Lourdes, dove si recò per ben 70 volte al servizio dell’Oftal. forse perché aveva sperimentato su di sé il mistero della sofferenza fisica, sapeva vedere in ogni malato un fratello da amare e da servire, prezioso agli occhi di Gesù che nel Vangelo ritiene fatto a sé tutto quello che facciamo agli altri. Ernestina aveva un suo modo speciale di vivere Lourdes, non si limitava all’assistenza dei malati, ma sempre sorridente e gentile e forte della sua esperienza di appassionato servizio oftaliano, sapeva intrattenere i pellegrini facendo loro conoscere tutti i segreti del santuario e della sua storia. anche in pellegrinaggio era insegnante, come lo era stata nella vita. Ma fece anche di più per infervorare i cuori alla conoscenza della meravigliosa storia di Lourdes: nel 1988 pubblicò il volumetto «Con Bernardette a Lourdes» con prefazione di Mons. Felice Moscone allora Vicario della Diocesi di Casale, nel quale racconta la storia di Bernardette e il messaggio di Maria attraverso le sue profonde meditazioni. Ma non è stato questo l’unico suo testo scritto. Non possiamo dimenticare i numerosi suoi articoli pubblicati sui bollettini dell’Oftal o di Casa Mazzone con i quali amava descrivere i momenti felici di incontri, viaggi o i ricordi della vita di collegio. Ora la sua penna e la sua voce tacciono. Sabato 30 gennaio il Signore l’ha chiamata alla vita eterna a cui a poco a poco si andava preparando con ammirevole serenità e con la lampada accesa, come le vergini prudenti. Ha terminato a 91 anni la sua esistenza densa di incarichi e responsabilità, vissuta sempre con spirito di sacrificio e grande umanità.
Siamo tristi cara Ernestina, per per la tua scomparsa, ma siamo certi che tu ora nel regno dei cieli sei pienamente felice insieme ai tuoi cari che ti hanno preceduta, a Bernadette, la veggente di Lourdes che tante volte hai additato ai malati e ai pellegrini come esempio di bontà e umiltà. Hai raggiunto la tua meta: il paradiso e puoi contemplare il volto di Gesù e di Maria che in terra hai amato e servito. Ci lasci un grande messaggio di vita: lo seguiremo ma tu continua ad esservi vicina, ad amarci e a guidarci.
La tua amica Gisella

- Ho incominciato il mio lavoro di insegnante elementare seguendo l’invito della maestra Ernestina a fare il doposcuola nella sua classe a Solonghello. Mi preparò lei stessa la domanda.
Poco tempo dopo mi chiese di seguire la trasmissione televisiva «Non è mai troppo tardi» con chi voleva ripassare o approfondire i programmi della scuola primaria.
Più volte mi propose semplici attività che arricchirono la mia esperienza.
Un giorno per caso la incontrai per una via di Casale; stava preparandosi per andare a Lourdes con il pellegrinaggio diocesano dell’Oftal. Chiacchierammo a lungo. Ad un certo punto i suoi occhi si illuminarono e mi chiese: «Sei già stata a Lourdes?» - «No» le risposi - «Non si può non andare» replicò. L’anno seguente partii per Lourdes. I giornali locali e non hanno ricordato le grandi doti e gli importanti incarichi affidati alla prof. Ernestina Valterza, io voglio solo ricordare semplicemente la gentilezza e il sorriso con cui ti invitava e ti incoraggiava a fare sempre più e sempre meglio. Grazie Ernestina.
Stefania Giorcelli

- Parlare di Ernestina Valterza dopo tutto quello che è stato scritto e detto sembra quasi superfluo. tanti sono stati i modi in cui è stata ricordata. C’è però un aspetto della sua vita così bello ed importante per lei e per la nostra comunità che vale la pena di ribadire. Come ha ricordato anche il Cardinale Poletto sono la sua dedizione ai malati, pur essendo anche lei parzialmente inabile e l’amore che era capace di donare, che rimarranno nel cuore di quanti l’hanno incontrata.
Ernestina è stata per moltissimi anni Ministro Straordinario dell’Eucaristia; lei che viveva la sofferenza sulla propria pelle, portava Gesù non solo nell’ostia consacrata, ma con tutto il suo «essere». Sapeva fermarsi ad ascoltare l’ammalato, rendersi partecipe delle sofferenze altrui, condividerne i problemi e pregare con fede. Era una volontaria della Sofferenza, l’apostolato fondato da Mons. Novarese, la certezza di essere anche lei parte del grande progetto d’Amore che Dio ha per l’umanità la rendeva forte e sicura e, ricordando S. Paolo, asseriva che era proprio perché era fragile, debole che era forte perché sostenuta dal suo Cristo.
Offriva la propria sofferenza, secondo le richieste della Madonna a Fatima e a Lourdes, per i peccatori, per quanti erano lontani e non vivevano il proprio essere cristiani.
Era una gioia stare con lei, parlare con lei un arricchimento; qualunque fosse l’argomento lui sapeva trovare il bello, il positivo.
Ringraziava ogni giorno il Signore per il dono della vita, anche quando la sofferenza era grande: «Perché... era una bella giornata di sole... perché cadeva la neve e sembrava danzasse... perché riceveva una telefonata...». Perché era certa d’essere amata da Dio.
Gabriella Crepaldi Celoria
(Parrocchia Assunzione di Maria Vergine di Oltreponte)

- Carissimo Don Renato, ho appreso la triste notizia della scomparsa della cara professoressa Ernestina Valterza e desidero farmi presente a te e alla comunità di Oltreponte per manifestare la mia partecipazione al lutto che ha colpito la famiglia Valterza.
La presenza della professoressa Valterza nella parrocchia di Oltreponte è sempre stata molto significativa sia per la testimonianza della sua limpida vita cristiana sia per la dedizione agli altri, soprattutto ai malati, che ha sempre offerto. Pur colpita lei stessa dalla malattia, che l’ha resa parzialmente inabile, non ha mai desistito dal dedicarsi alle persone ammalate e dal collaborare con la parrocchia, rendendosi sempre disponibili ad ogni richiesta di aiuto.
Pertanto ti chiedo di comunicare ai familiari della della professoressa e ai parrocchiani di Oltreponte la mia vicinanza di preghiera come suffragio per lei, per la quale nei prossimi giorni celebrerò una S. Messa, e come conforto e speranza cristiana per i parenti e la comunità tutta.
Con i più cordiali saluti
Card. Severino Poletto,Arcivescovo di Torino

martedì 9 marzo 2010

mercoledì 24 febbraio 2010

venerdì 19 febbraio 2010

Dal © Libero del 19 Febbraio 2010

La Madonna sconvolge gli intellettuali

Nella mentalità moderna, imbevuta di ideologia, quando i fatti disturbano le opinioni, tanto peggio per i fatti. Non a caso sta facendo discutere di più, oggi, sui giornali, il film su Lourdes di Jessica Hausner, nel quale la regista esprime le sue opinioni incerte sui miracoli, di quanto facciano discutere le effettive guarigioni miracolose che lì si verificano.
Una delle quali – non ancora riconosciuta perché la Chiesa esige lunghe verifiche medico-scientifiche – è stata resa nota l’agosto scorso.
La signora Antonietta Raco, 50 anni, di Francavilla in Sinni (Potenza), malata da quattro anni di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) – una malattia terribile – è andata in pellegrinaggio a Lourdes sulla carrozzella, dove era ormai immobilizzata, ed è tornata a casa camminando normalmente con le sue gambe.
Cosa le è accaduto? A Lourdes si era immersa nella piscina dell’acqua di Bernadette e aveva sentito un forte dolore alle gambe e poi una voce di donna che le diceva: “Non avere paura”. Di colpo è guarita. Quella stessa voce è tornata per invitarla a far sapere a suo marito cosa le è successo.
“Non è spiegabile con i mezzi di cui scientificamente dispongo”, così il neurologo Adriano Chiò delle Molinette di Torino, che aveva in cura la signora dal 2006, commentava il caso con i giornali. In effetti nella letteratura scientifica non esiste un caso simile.
Il medico ha spiegato: “Non ho mai osservato una situazione del genere in malati di Sla. La diagnosi era inequivocabile: la signora aveva una forma di Sla a lenta evoluzione. Una malattia che può rallentare e al massimo fermarsi, ma che non crediamo possibile che migliori, perché intacca i neuroni irreversibilmente”.
Invece l’impossibile pare sia accaduto. Di fronte a un’altra guarigione analoga, riguardante Marie Bailly, una ventenne di Bordeaux – che lui aveva conosciuto e analizzato come medico – nel 1903, il positivista e scettico Alexis Carrel (1873-1944), poi Premio Nobel per la medicina a soli 39 anni, andando a Lourdes rivide tutte le sue convinzioni e si convertì al cattolicesimo (racconta tutto nel suo memorabile “Viaggio a Lourdes”). Prima era certo che i miracoli non accadessero. Davanti al fatto si arrese. Carrel rispose lealmente a chi lo interrogava: “Bisogna constatare i fatti”.
Ma molti razionalisti preferiscono tapparsi gli occhi e ripararsi dietro i comodi pregiudizi. Emblematico è il caso di un altro importante intellettuale francese di quegli anni, il laico Emile Zola.
Nella Francia positivista di fine Ottocento si faceva un gran parlare di Lourdes e delle straordinarie guarigioni che lì avvenivano, perché mettevano in scacco la cultura dominante che nega il soprannaturale e quindi la possibilità stessa del miracolo.
Lo scrittore dunque decise di recarsi di persona sul posto per smascherare tutto. Era armato di tutti i suoi pregiudizi: “non sono credente, non credo ai miracoli. Ma credo al bisogno del miracolo per l’uomo”. Secondo lui gli uomini hanno “necessità di essere ingannati e consolati”.
Il “caso” vuole che lo scrittore si trovi a viaggiare nello stesso vagone dove sono due ammalate di tubercolosi all’ultimo stadio, Marie Lebranchu e Marie Lemarchand.
Quando dunque il convoglio arriva a Lourdes, nella mattina del 20 agosto 1892, il famoso scrittore conosce bene le loro situazioni di fronte alle quali la medicina ormai aveva alzato le braccia in segno di resa.
Ebbene accadde a lui precisamente ciò poi accadrà a Carrel: a Lourdes lui stesso dovette constatare la guarigione istantanea, definitiva e scientificamente inspiegabile, proprio di quelle due donne.
Alla sua “sfida” il Cielo aveva risposto con dei fatti. Fatti clamorosi e innegabili, impossibili da cancellare o ignorare.
Tanto che Zola, nel suo libro, fu “costretto” a riferirne, ma invece di riconoscere la sconfitta dei suoi pregiudizi, invece di accogliere il dono che aveva ricevuto, la rivelazione di una verità totalmente inattesa e così misericordiosa, nel suo romanzo parla della vicenda “inventando la morte delle due ‘miracolate’, dopo una breve, illusoria guarigione.
E poiché” ha raccontato Vittorio Messori “una delle due donne risanate, e in modo definitivo, non si rassegnava al falso e protestava sui giornali, Zola andò a trovarla, offrendole denaro perché sparisse da Parigi…”.
E’ una storia emblematica. La cultura laica moderna lancia la “sfida”, ma poi non ha la lealtà di verificare la risposta, cioè i fatti. Naturalmente quel libro di Zola ebbe un gran successo ed è stato ristampato in Italia anche di recente.
“Zola (…) conoscerà un rinnovato successo presso il pubblico della Francia laica, rappresentando Lourdes come la capitale di una gigantesca intossicazione collettiva”, ha scritto domenica scorsa Sergio Luzzatto, sull’inserto culturale del Sole 24 ore.
Il suo articolo era addirittura la copertina. A tutta pagina campeggiava sotto il titolo “Miracoli di fede e scienza”. Questo lungo pezzo di Luzzatto si dilungava proprio a riferire il viaggio a Lourdes di Zola e il successo del suo libro.
Ma purtroppo non vi si accennava minimamente al retroscena suddetto, che poi è un clamoroso infortunio. Anzi, Luzzatto – evidentemente ignaro di questa storia – accredita il libro di Zola come un “meticoloso dossier” contro quell’ “industria del miracolo” che sarebbe Lourdes.
E’ significativo che sull’infortunio di Zola a Lourdes gravi ancora un simile tabù. Si rilegge oggi il suo libro come se queste cose non fossero accadute. La pagina del Sole offre anche alcune delle sue pagine dove i cristiani vengono rappresentati come sciocchi creduloni.
Zola, descrivendo le folle che accorrono a Lourdes, sente pure il bisogno di precisare (bontà sua) che “non sono solo dei cretini, degli illetterati, ma ci sono uomini come Lasserre”.
La cosa gli serve per dimostrare che questa “necessità di essere ingannati” dai presunti miracoli riguarda tutti. Ma chi ha veramente ingannato in questa vicenda?
Naturalmente il problema non è Zola, ma una mentalità – ancor oggi dominante – che in nome del realismo nega la realtà, in nome dello scientismo, nega la scienza e in nome del razionalismo nega la ragione.
Diversamente da quanto comunemente si crede, il razionalismo sta alla ragione come la polmonite sta al polmone. Ecco perché uno scrittore pieno di umorismo come Gilbert K. Chesterton, il grande convertito inglese, dirà a proposito delle diverse reazioni ai miracoli: “Chi crede ai miracoli lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega è perché ha una teoria contraria ad essi”.
Bisogna però precisare che il confronto non è alla pari. La mentalità dominante è l’ideologia di un establishment che la fa da padrone nell’industria culturale. Non da oggi. Attenzione, non sono io a dirlo.
Luzzatto, che certamente è un laico alquanto lontano dalla Chiesa, nell’articolo sopra citato, a proposito della conversione di Alexis Carrel, seguita al verificarsi di quel miracolo, fa questa considerazione impressionante: “Immaginando che una testimonianza del genere sarebbe bastata a rovinargli la carriera universitaria, Carrel cercò di mantenere segrete sia la sua visita alla città dei miracoli, sia l’apposizione della sua firma nella cartella clinica della donna risanata. Ma le voci circolarono in fretta a Lione come a Parigi, e nel giro di pochi mesi egli si vide costretto a lasciare la Francia per l’America”.
Tale era il clima che Carrel, anche dopo aver preso il Nobel, non si decise a pubblicare il suo “Viaggio a Lourdes”, libro che uscì postumo: “tanto poteva allora, negli ambienti della ricerca internazionale” osserva Luzzatto “l’idea che una fede nella fede fosse incompatibile con la fede nella scienza”.
Non ha dunque ragione il papa, Benedetto XVI, quando parla di “dittatura del relativismo” ?
Antonio Socci

venerdì 12 febbraio 2010

Dal © Corriere della Sera del 12 Febbraio 2010

Se avete idea di andare a vedere il film Lourdes, è necessario leggere prima questa recensione di Vittorio Messori, pubblicata oggi con ampio spazio sul Corriere della Sera.
Evidentemente non è la Lourdes che conosciamo noi...


La prospettiva di Jessica Hausner nel suo Lourdes è dichiarata subito, sin dalla scena iniziale, coll’inquadratura dall’alto della sala da pranzo per i pellegrini. Nessuna finestra, ma una luce artificiale fioca, su un ambiente claustrofobico: nero il pavimento, nere le pareti cui sono appesi crocifissi neri, nere le gonne e i pantaloni del personale, neri i mantelli delle hospitalières con la croce di Malta, nere le divise dei Cavalieri dell’Ordine, neri i clergyman dei preti. A quei tavoli funerei prende posto,in silenzio, una turba da corte dei miracoli di nani, paralitici, cancerosi, assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi (“che ci faccio, qui?”), vivi solo nello scambio di sguardi tra ragazze col velo e giovanotti col basco. Poca, pochissima luce in tutto il film, la cui cifra cromatica è il plumbeo: nuvole nere nel cielo persino nelle pochissime scene all’aperto.

Anche la benedizione eucaristica del pomeriggio –l’appuntamento quotidiano più amato dai pellegrini, assieme alla processione notturna con le fiaccole– non è girata, come è nel vero, sulla grande, luminosa Esplanade che fronteggia i tre santuari sovrapposti. No, la Hausner ha scelto di ambientarla nell’enorme chiesa sotterranea, dove non penetra alcuna luce. Poca luce pure per la lugubre festicciola finale. E buia, ovviamente, la scena topica della guarigione –miracolosa o casuale che sia– della tetraplegica venuta a Lourdes non per fede, ma per sfuggire dalla casa dove il male la imprigiona.

Crediamo abbia visto bene la UAAR, “Unione degli atei e degli agnostici razionalisti“ nell’attribuire a questo film il suo beffardo premio intitolato a Brian, dal nome di una dissacrante pellicola su Gesù. Dicono, questi atei organizzati, che l’opera della Hausner potrà aiutare a perdere la fede “chi non è ancora approdato a una visione disincantata e scettica“. Pure la Massoneria ha espresso il suo apprezzamento. Che dire, allora, del premio attribuito dagli uomini di cinema cattolici, riuniti in un’associazione riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede? Che dire della diocesi milanese che ha deciso di sponsorizzare quest’opera, diffondendola nelle parrocchie?

Verrebbe in mente quanto mi disse un Umberto Eco ironicamente deluso, quando analoghi premi cattolici (uno, addirittura dalla Loyola University, l’ateneo dei gesuiti americani) furono attribuiti al film tratto dal suo Il nome della rosa: “Io ho faticato per fare un libro radicalmente agnostico se non ateo, sperando di suscitare un dibattito infuocato. E invece no, ‘sti preti mi fregano , applaudendomi e riempiendomi di premi. Quasi quasi ho nostalgia dei bei, vecchi tempi della Santa Inquisizione. Quei tosti domenicani erano meno noiosi del frate e del sagrestano “ adulti“ che, entusiasti, acclamano il miscredente“.

Ma sì, sarebbe facile sorridere del masochismo clericale, cui peraltro siamo ormai rassegnati. Qui, però, occorre forse riconoscere delle attenuanti. In effetti, a una prima lettura il film della regista austriaca (la solita ex-cattolica: l’Occidente ne è ormai pieno) pare accattivante per i devoti. Non c’è nulla dell’anticlericalismo di un Emile Zola che si intrufolò, da anonimo, nel Pellegrinaggio Nazionale francese e ne trasse il suo fazioso romanzo, dove tutto inizia, per lui, da “une pauvre idiote“, da una piccola isterica chiamata Bernadette. Nulla, qui, delle invettive delle Logge ottocentesche, che chiedevano la chiusura manu militari di Lourdes “per abuso della credulità pubblica“, nonché per “ragioni igieniche“. Il vecchio mangiapretismo vociferante ha fatto posto, nella Hausner, a un ateismo radicale, ma politically correct. E una simile negazione della fede -durissima nei contenuti, ma molto soft nei modi- può avere depistato i clericali entusiasti.

L’ateismo, peraltro onestamente dichiarato nelle interviste, non sta tanto nella barzelletta del capo dei Cavalieri hospitaliers (la Madonna che vuole andare a Lourdes, perché non vi è mai stata), battuta un po’ blasfema che svela l’incredulità di quei volontari. Non sta tanto nei dubbi dei pellegrini, nel loro spiarsi invidiosi, ciascuno temendo che il vicino di stanza sia guarito e lui no. E non sta neppure in quei cappellani che, alle domande dei malati, replicano con slogan, quasi fossero distributori automatici di risposte apologetiche. No, l’ateismo radicale del film sta nell’annuncio che il cristianesimo è morto, perché proprio la cartina di tornasole di Lourdes rivela che sono morte le tre virtù teologali che lo sorreggevano: morta la Fede, morta la Speranza, morta anche la Carità, malgrado le apparenze di chi, come i volontari, sembra esercitarla. Ma per amore di sé, non dei bisognosi. Per sfuggire alla noia, per trovare un senso o un marito, più che per aiutare il prossimo.

Papa Giovanni definì Lourdes, che molto amava, “una finestra che si è spalancata all’improvviso, mostrandoci il Cielo“. La Hausner, quella finestra la chiude: da qui, la mancanza di luce, il senso di oppressione, la claustrofobia, il nero che segnano tutta la sua pellicola. Quel Cielo di Roncalli è ormai sbarrato, uccidendo la Speranza.

L’esplosione gioiosa dell’alba della Risurrezione è rimossa a favore di una routine devozionale grigia, noiosa, segretamente ipocrita. Ma è sul serio così? Chi ha esperienza vera di Lourdes sa (e non è retorica) che questo è il regno del dolore ma anche della gioia; della disperazione e della speranza; del dubbio e della fede; dell’egoismo di mercanti, osti, professionisti dell’assistenza e della generosità di infiniti anonimi. Un impasto contradditorio, certo, ma pieno di vita e plasmato, malgrado tutto, da una fede tenace, che non si arrende. Vi sono talvolta nubi, sui Pirenei. Ma, ancor più spesso, vi splende un sole caldo.

La Hausner ha le sue ragioni, cui va il nostro rispetto. Ma, attorno alla Grotta – quella vera, non quella della ex allieva delle suore che ha perso la fede - c’è un braciere che continua ad ardere, simboleggiato dalle mille candele accese giorno e notte, da 150 anni. Non c’è il cero ormai spento, o solo fumigante, che vorrebbe questo film, tanto eccellente nella tecnica quanto unilaterale nei contenuti.

giovedì 4 febbraio 2010